Farfalle dalle ali spezzate: il dramma dei "bambini soldato"
Ogni 12 febbraio ricorre la giornata mondiale contro il coinvolgimento dei minori nei conflitti armati.
Se l'immagine comune che nel nostro contesto culturale si ha dei bambini è quanto di più lontano possa esserci da un soldato, vediamo che in molte parti del mondo non è così.
Purtroppo stimare la reale portata del fenomeno non è semplice: gli ultimi dati disponibili accertati risalgono al 2019 e riferiscono di oltre 250.000 minori coinvolti, in vario modo, in azioni di guerriglia o di guerra vera e propria, in almeno tredici Paesi: Afghanistan, Colombia, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Iraq, Mali, Myanmar, Nigeria, Filippine, Somalia, Sud Sudan, Siria e Yemen.
Il Protocollo Opzionale dedicato a questo tema, insieme a quello riguardante vendita, prostituzione e pornografia raffigurante minori, è stato emanato nel 2000.
Proviamo a capire i tratti fondamentali di un fenomeno tanto orribile quanto diffuso e i motivi per cui tutti gli sforzi fatti dall'ONU, dagli Stati e dalle organizzazioni umanitarie siano finora riusciti ad arginarlo solo parzialmente.
Innanzitutto, va specificato che col termine comune di "bambino soldato", vanno intesi non solo i minori combattenti ma tutti quelli coinvolti nei conflitti a prescindere dalle mansioni, che possono essere le più svariate, come occuparsi degli approviggionamenti, cucinare, portare messaggi, pulire.
Non è infrequente l'arruolamento di bambine che svolgono la funzione delle cosiddette "mogli di guerra", anche se nemmeno i maschi non esenti da violenze di tipo sessuale.
La scelta dei gruppi armati di reclutare bambini non è casuale: sono più facili da indottrinare e controllare, imparano più rapidamente di un adulto, la loro corporatura si adatta facilmente alle attività di imboscate e spionaggio. Un'altra componente di questa preferenza sta poi nella naturale resistenza dei soldati a sparare contro i bambini: istintivamente gli avversari esitano ad aprire il fuoco e questo dà alla milizia qualche secondo di vantaggio, spesso decisivo. Va poi detto che gli eserciti regolari che si trovano a dover fronteggiare i gruppi armati che adottano i minori nei conflitti, acquisita la consapevolezza di questa incertezza, hanno cominciato ad utilizzare sagome di bambini nelle esercitazioni.
Spesso, poi, le modalità di "reclutamento" rendono quasi impossibile per i minori rapiti sperare in un ritorno a casa: spesso costretti a commettere atti violenti contro i propri familiari o il loro villaggio al momento del rapimento, alle nuove reclute vengono dati un nuovo nome, un ruolo all'interno della milizia e grandi quantità di stupefacenti e alcohol.
Il ruolo di primo piano che alcuni giovani arrivano ad assumere, distinguendosi per il proprio coraggio o per la propria amicizia con i superiori, rende talvolta ancora più complicato e improbabile il desiderio di una nuova vita al riparo dalla violenza.
I cosiddetti programmi di disarmo, smobilitazione e reintegrazione attuati dalle Nazioni Unite, mirano proprio al ritorno alla vita civile e ad un recupero della dimensione economica, sociale e relazionale.

Commenti
Posta un commento